Esclusivo: John Santilli racconta i parrucchieri che hanno fatto la storia

parrucchieri
Foto di Gino Bianchini (Gibian)

Una giornata piovosa di fine dicembre, una trattoria di Trastevere, un uomo che ha fatto la storia della coiffure, non solo in Italia, ma in tutto il mondo.
L’intervista che stai per leggere nasce così, da un incontro con Mr John Santilli che mi ha raccontato la sua affascinante storia.
Prima di lasciare la parola a John e alla miniera d’oro dei suoi preziosi insegnamenti, voglio ringraziarlo pubblicamente per il tempo che mi ha dedicato.
Non capita tutti i giorni di parlare con una leggenda e sono onorata del privilegio che mi è stato concesso.
Una persona tanto grande quanto semplice, che nonostante abbia insegnato la sua arte ai più famosi parrucchieri del mondo, non ha mai un atteggiamento altezzoso.
La sua storia è stata di grande ispirazione per me e lo sarà di sicuro anche per te, se saprai coglierne tutte le sfumature.

Come è iniziata la tua carriera?

Sono nato in Hammersmith, centro di Londra e un giorno il mio papà mi suggerì di diventare parrucchiere.

Grazie al suo suggerimento andammo all’ufficio di collocamento e mi mandarono in circa  quindici negozi di parrucchieri. Avevo 16 anni e papà mi aiutò accompagnandomi in questi posti. Io entravo e parlavo con loro.
In tanti di questi negozi mi colpì il forte profumo;  il capo di solito era un uomo e molte donne lo assistevano.

Poi arrivammo in un negozio diverso da tutti gli altri.

Vidi che era pieno di gente, ma strapieno!

C’erano tanti uomini che lavoravano lì dentro: una decina di parrucchieri con i loro assistenti, di cui  3-4 che facevano colori (solo colori) e 3-4 che facevano la permanente.

Pensai subito che questo negozio era molto interessante e che mi sarebbe piaciuto lavorarci.

Poi ad un certo punto della nostra visita notai una cosa che mi fece prendere la decisione definitiva:

  c’era un mezzanino con delle barre da cui si intravvedevano le gambe di tante belle donne.

E lì dissi: “No , io voglio lavorare qua!” [ride]


E come si chiamava questo negozio?

Si chiamava Vidal Sasson.
A quel tempo Vidal Sasson aveva solo due negozi al mondo e tutt’e due stavano a Londra.
Ancora non stavano a New York. Vidal Sasson stava ancora trattando negli gli Stati Uniti.

Tra il 1964 e la fine del 1965 lui andò da Londra a New York  con i suoi dodici apostoli, che erano i suoi parrucchieri.

La cosa interessante è che New York in quel tempo aveva ospitato i Beatles già da circa un anno. Così i Beatles facevano parte di un fenomeno che si chiamava l’invasione dei britannici. In fondo in fondo, Vidal Sasson faceva parte di questa invasione dei britannici in America.
E tutti parlavano inglese. Uno di loro che si chiamava Christopher Pluck era di Manchester e parlava come loro, aveva i capelli come i Beatles. Sai lui ha avuto un grande successo in America per questo.

Un altro di loro si chiamava Paul Mitchell e successivamente diventò il nome più famoso in America.

E c’erano altri due o tre di questi negozi che diventarono i più famosi del mondo. Il più importante fu quello di Christopher Brooker. Lui era il direttore artistico che inventò tutto lo stile successivo di Vidal Sasson, non Vidal Sasson!

Vidal inventò nei primi anni ’60 lo stile dei Mods. Quello dei Mods diventò il grande stile.
Questa era la Mecca per i parrucchieri di quel tempo e sono stato fortunato perché guardando quelle gambe scelsi il negozio più giusto per il motivo sbagliato.

Hai fatto grandi nomi come Paul Mitchell e lo stesso Vidal Sasson. Tu hai scelto un’altra strada, cioè quella di non aprire un salone. Perché?


Nel sistema in cui lavoravo non è che ti venisse assegnata una posizione; se ti davano la direzione artistica del negozio era perché tu già dimostravi di essere bravo in quella mansione. Così lavoravi già da 6 mesi come direttore artistico e dopo quelli dicevano: “Ah! Guarda come è bravo lui! Paghiamolo come direttore!” Ma tu prendevi la tua posizione prima, e solo dopo ti davano il titolo.

Quando aprirono la scuola mi mandarono lì per finire il mio tirocinio. Stando là si manifestò il mio talento per insegnare agli altri.

Quelli che insegnavano erano contenti che io continuassi ad insegnare così loro potevano andare a prendere un caffè, non per 10 minuti ma per due ore. Così io già insegnavo da sei mesi prima che dicessero: “John ti diamo questa posizione di insegnante”. Avevo 19 anni.
Per 6 mesi sono stato pagato come Junior (4 sterline al mese) per fare un lavoro che valeva molto di più. Ma era normale, così si faceva da Vidal Sasson a quel tempo. Avevo questa disposizione e ho iniziato ad insegnare a 19 anni.

19 anni, molto giovane…

Mi ricordo quando ogni settimana arrivava gente da tutta l’Inghilterra per fare i corsi. Ma quando dico tutta l’Inghilterra non è che tutti volessero fare i capelli come Vidal Sasson. Perché stiamo parlando del ’67. Allora già nel 67 quando facevo formazione i primi della giornata arrivavano una decina di persone persone.

Io dicevo “buongiorno a voi, mi chiamo John Santilli e sono il vostro insegnante per la settimana”. 

E ogni volta si alzavano due o tre persone e se ne andavano via. Perché non potevano ricevere insegnamenti da uno di 19 anni. Era un’ offesa per uno di 40 anni stare davanti a uno di 19 che ha ancora il pannolino [ride]

Quindi farti fare l’insegnante  a quell’età era stata una scelta coraggiosa anche per loro?

Sai, nel negozio in cui lavoravo l’età media era 23 anni. Se io avevo 19 anni, i vecchi avevano massimo 25 anni.

Ricordo che c’era uno che era vecchio da morire: era il suo compleanno e andammo al pub per festeggiare. Mi ricordo che guardandolo pensavo: 

“ma questo alla sua età dovrebbe vergognarsi di fare il parrucchiere; dovrebbe essere un manager ma non un parrucchiere”.
Io avevo solo 19 anni così non capivo queste cose.
E quello era Paul Mitchell. Aveva compiuto 30 anni 🙂

Questa è una cosa molto interessante: in quel tempo, la moda non la seguiva nessuno che avesse più di 29 anni. Così se tu avevi più di 29 anni, tu non potevi spiegare la moda a qualcuno, perché non ti ascoltavano.

Era diverso dall’Italia, perché in Italia se sei sotto i 29 anni non ti guardano. Ancora oggi uno di 22, 23 anni se va in pedana davanti a mille persone, non ha questa forza, questo carisma che avevamo a quel tempo, perché stiamo parlando del 1968, quel periodo in cui in Italia nascevano i credo si chiamino “Sessantottini”.

Il moderno parrucchiere viene da qui, dal 1968.

Prima le donne facevano i capelli per altri motivi, era un altro tipo di femminilità.

Per quali motivi le donne si facevano i capelli?

Per il fatto che non c’era la pillola anticoncezionale, allora se la donna cedeva, si poteva rovinare la vita. Nel senso che se andava fuori con un ragazzo e questo voleva fare l’amore e lei cedeva, lei si rovinava la vita perché faceva i figli con una persona con cui non voleva farli.

E i capelli cosa c’entrano?

C’entrano eccome. Perché una donna che è sicura di sé non fa i capelli come una donna che non è sicura di sé.

Una donna sicura di sé può tagliare i capelli corti, o indossare colori decisi.

Lo puoi fare solo se hai una sicurezza interiore. La pillola anticoncezionale ha dato a tante persone, a tante donne questa sicurezza che non aveva dato nessuno prima.

Si parla tanto di moda, ma prima di tutto bisogna capire che tipo di persona abbiamo davanti.
Noi possiamo fare tutte le proposte moda che vogliamo ma se il cliente non è pronto a riceverle c’è poco da fare.

Per esempio, quando sono venuto in Italia, nel negozio che frequentavo avevo una cliente che era un notaio. Questa signora era molto piccolina e aveva tutti i capelli cotonati. Così io le dissi: “Tu hai una faccia un po’ alla Sofia Loren. Tu non hai bisogno di tutto questo volume!”
Io sto parlando degli anni Ottanta, non più degli anni Sessanta. Negli anni Sessanta invece con il Minimalismo, si tagliavano i capelli in modo che l’importanza non era data ai capelli, ma a chi c’era sotto. 
Lei questo taglio ad ogni modo lo voleva, perché tutto questo volume la faceva sentire donna.Anni dopo, lei ebbe un malore che la portò a fare la chemioterapia. Perse tutti i capelli. Una volta  ricresciuti, per qualche ragione, lei decise che non li voleva più cotonare. E quando la rividi era più bella di prima! La cosa bella è che lei si era convinta da sola, non l’avevo convinta io.

Noi abbiamo portato in Italia i capelli naturali, perché prima che venissi io non esisteva in Italia una donna che non faceva la messa in piega.

Un cambiamento culturale che voi avete portato e che avete accompagnato, si può dire.

Sì, ma io sono dell’opinione che se non ci fosse stata la pillola anticoncezionale, questa forma di femminismo non sarebbe arrivata. Anche la minigonna fa parte di questo mondo di donna orgogliosa, sicura di sé, che fa per se stessa e non per imitare ciò che fanno gli amici.


Quindi non è poi così frivolo questo mestiere del parrucchiere.

Diciamo che c’è un sacco di filosofia dietro. Anche la fisionomia è molto importante nel nostro lavoro: chi fa colori deve studiare la chimica e la fisica.

Non è secondario studiare. Sai molti mi dicono che sono antipatica perché dico ai parrucchieri “dovete leggere, dovete informarvi!”

No, no, questa è simpatia!

Chi dice che non si deve leggere, quelli sono antipatici. Chi ti dice di non leggere è come chi dice “Fuma fuma, che ti fa bene!”. Chi ti dice di non fumare è simpatico perché è chiaro che ti vuole bene. Così come chi ti dice di leggere.


Abbiamo parlato di pillola anticoncezionale, che potrebbe sembrare distante dai capelli, ma abbiamo visto che non lo è. Di minigonne. Di persone che cambiano, per una malattia che le ha fatte evolvere e il cui percorso si può leggere attraverso i loro capelli. Quindi questo mestiere non è affatto superficiale e e non stiamo parlando solo di moda.

Immagina se quando fecero l’incoronazione della Regina d’Inghilterra, lei avesse avuto i capelli fuori posto! E’ lì che vediamo l’importanza dei capelli. Perché quella corona che costava cento milioni minimo, non era meno importante della persona che la portava sotto.

Immagina se lei avesse avuto i capelli tagliati male o la messa in piega fatta male! La corona avrebbe avuto comunque molta meno importanza perché la differenza la faceva comunque la persona sotto. L’unica differenza è che noi parrucchieri non abbiamo la stessa importanza di quelli che hanno fatto la corona.

Sei stato dentro la moda per tutti questi anni, cosa è cambiato oggi?

Io sono stato dentro la moda dei capelli. La moda dei capelli fa parte della moda della nazione. In passato ogni nazione aveva un modo diverso di fare i capelli rispetto alle altre. Quando io ho lavorato a Londra, ci volevano quindici anni perché la moda capelli arrivasse in Italia. Oggi invece stiamo arrivando al punto in cui la moda a Londra, a New York e a Milano è sempre la stessa. Si è omologata la moda dei vestiti, dei capelli, di tutto. Stiamo globalizzando anche i capelli. Un parrucchiere che lavora a Milano oggi potrebbe lavorare anche a Londra e non cambierebbe nulla.

Adesso quando vai a vedere uno show, avevi già fatto ieri quello che stanno facendo in pedana.

Io mi ricordo le prime donne che facevano il trucco nel 1965 a Londra; per vedere lo stesso trucco in Italia bisognava aspettare il1968. Ci volevano anni. La minigonna a Londra andava di moda nel 1968. Nello stesso periodo, in Italia, se la mettevi ti linciavano!

Ci volevano tanti anni perché arrivassero le mode. Ma adesso, se andiamo a Roma, a Milano, Londra o Parigi, c’è poca differenza. Debbo dire, in Francia vedo più stile.

Cosa intendi per stile?

Moda e stile sono due cose totalmente diverse.

Stile è comprare una bella macchina e personalizzarla con due colori.

Ma se io compro qualcosa direttamente dalla fabbrica, fatta da qualcun altro, come una Fiat Cinquecento, allora quello è moda.

Quindi “stile” è qualcosa di particolare?

Sì, è particolare. Può essere anche unica, o fatta da un gruppo di persone, ma non è moda.

Per esempio ho visto un film ieri: una persona morta veniva portata al camposanto in una carrozza con i cavalli, trainata da un signore con il cappello.Quello è stile. Se invece hai una persona che per tremila euro ti porta alla chiesa, ti fa dieci preghiere, poi ti porta al camposanto e il prete fa due parole sopra, che stile è quello?! Quella è moda. Stanno seguendo la moda. Stile è quando vai al cimitero e ti ci porta una carrozza con i cavalli bianchi. Questo signore è morto e la figlia voleva dare un tocco di stile al suo funerale. E infatti è stile! Avranno pensato: “Lui non si dimenticherà mai di questo giorno!” [ride]


Stile è difficile da spiegare, ma si distingue molto bene dalla moda. Quando lo vedi lo riconosci.

Ad esempio, tutte queste ragazze che vedo a Roma con i capelli lunghi non hanno stile;  ma se acconciano i capelli in qualche modo, allora sono esempio di stile. Altrimenti che stile è?

Si chiama trash in inglese. 

Hai detto che non ti consideri un parrucchiere.
Ci puoi spiegare meglio questo concetto?

Il punto è questo: ci sono diversi lavori in questo mondo. Non tutti i cuochi sono capo cuoco. Ci sono anche quelli che fanno solo i dessert. Ognuno ha il suo ruolo.
Io ho trovato un ruolo, una posizione: insegnare ai parrucchieri non solo a tagliare i capelli, ma un modo di essere e fare. Se io avessi fatto il parrucchiere tutta la settimana e l’insegnante nei week end, allora il mio modo di insegnare sarebbe stato diverso rispetto a come è. Ho scelto di fare l’insegnante perché così penso solo ad insegnare. Credo che una grande cuoca, anche se sta in televisione, non rivela i suoi segreti.

Tu invece racconti, i tuoi segreti.

E’ il mio lavoro, dare i segreti. E non essendo parrucchiere, mi è più facile rivelare i miei segreti. Se fossi stato parrucchiere, perché avrei dovuto svelare questi segreti che fanno parte della mia professione? Li avrei tenuti per me.

Fare i parrucchieri non è soltanto tagliare i capelli, colorarli e fare la messa in piega. Cosa fa un parrucchiere?

Io vedo la professione del parrucchiere come una torta.

Ogni fetta della torta è una competenza specifica. 

Un parrucchiere deve avere tutte le fette della torta. Se tu sei bravo a tagliare i capelli non vuol dire che sei un bravo parrucchiere. Tu sai tagliare i capelli, ma quella è  solo una parte del lavoro.

Devi avere anche la parte di business, devi essere furbo, perché ci vuole un po’ di furbizia, ci vuole il know-how di tante cose.

Per questo io non sono un parrucchiere perché se io aprissi domani un negozio, dovrei trovare la gente che lavora per me, e io sicuramente fallirei perché non sono bravo a gestire le persone.

Quindi ci vogliono tante competenze: competenze manageriali, di marketing, competenze di vendita.

Parliamo delle due più importanti. Dove lavoravo io, da Vidal Sassoon, c’erano due direttori del negozio: uno era il direttore generale e l’altro il direttore artistico. In quei negozi, in pieno stile “sassooniano”, c’erano sempre due figure, uno che pensava all’aspetto manageriale e l’altro che pensava al lato artistico.

Il direttore artistico lavorava vicino alla porta e  doveva controllare che ogni persona che usciva avesse  la messa in piega fatta bene, il taglio fatto bene, etc. Se non era fatto bene bisognava rifare il lavoro. Questo si chiama “quality control”.

Il direttore artistico non si mette a fare i capelli, controlla il negozio.

Controlla tutto il negozio. Il direttore manageriale, in ufficio, aveva una tabella di controllo. Per esempio, John un anno fa in questo giorno ha fatto 500 euro, e quest’anno 450 euro. Perché dovremmo dargli un aumento di stipendio?

Quindi avevate un controllo degli obiettivi?

Certo, compito del direttore generale.
Il punto è che quelle due figure non possono essere la stessa persona.

Perché direttore artistico e direttore generale non possono essere la stessa persona?

Perché chi era l’artista principale non poteva pensare ai numeri; è difficile, sono due cose che vanno l’una contro l’altra.

Il direttore manageriale voleva che quelle clienti uscissero anche se in capelli erano fatti male, “chi se ne frega, ha pagato!”. E ho visto anche una cosa molto interessante: che nei negozi in cui l’artista era più forte, calavano i soldi e le entrate, mentre in quelli dove si pensava solo al business, calava il lavoro.

Perché nei negozi di chi pensava solo alle entrate, quando la cliente usciva con i capelli non fatti bene, non ritornava.

Ci voleva un equilibrio.

E’ già difficile anche per due persone. Per farlo da soli, ci vuole qualcuno che abbia la mente divisa in due, ed è il primo problema del parrucchiere. Quando sta in negozio, soldi e arte sono due cose diverse e il parrucchiere le deve avere entrambe.

È un po’ difficile fare il parrucchiere tutto da solo.

E’ difficile: ci vuole un piano. E’ il tuo lavoro se non sbaglio.

Sì, è il mio lavoro.

Chi sa quanti soldi ha fatto il negozio ha fatto l’anno prima? Il direttore generale deve avere tutti questi dati del negozio. Deve analizzare quanti soldi sono stati fatti l’anno precedente, così si può vedere se il fatturato è aumentato. Sono loro che pensano al bene del cliente, non l’artista.

L’artista pensa ai capelli, ma il manager deve badare che gli asciugamani non siano sporchi. E’ necessario avere questi due cervelli che pensano a queste due cose distinte.

A questo proposito noi avevamo anche il “floor man”.

Chi è il floor man?

Parliamo di un negozio con dieci persone che tagliavano e dieci che assistevano, due che facevano la permanente e tre che facevano i colori. Parliamo di uno staff di trenta persone. A quel punto c’era bisogno di un direttore del “floor” cioè una persona che si assicurasse che i clienti stessero bene.

Come il maître di sala in un ristorante.

Esatto. Da noi c’era questo tizio, si chiamava Kevin, che per esempio se c’era una cliente sotto il casco senza far nulla, doveva darle una rivista, intrattenerla..

Chi ha un negozio non deve essere due persone, ma tre. 
Noi avevamo tutto singolare, tutti con un capo specifico. Il problema del parrucchiere è che deve fare dieci lavori, ma è uno!

Invece nella scuola dove hai imparato tu, le mansioni erano tutte divise per settori.

Sì, tipo Ikea. E se tu avevi una specialità, ti mandavano in quella direzione. A me fortunatamente avevano assegnato la scuola per quelli che dovevano venire una settimana a Londra. Sono passati da lì i più famosi parrucchieri del mondo, quando ancora non lo erano. Ma lo sarebbero diventati!

Per esempio, non abbiamo mai visto parrucchieri come Coppola. Lui non è mai venuto, perché era già famoso.

Quelli che sono venuti, sono diventati famosi dopo proprio perché sono andati da Sassoon.

Per quanti anni hai lavorato in un salone di 30 persone?

Due anni. Poi sono passato in un altro negozio che prima era il negozio più importante di Londra. Dopodiché sono passato come assistente Junior, nel salone di un tizio che si chiama Christopher Brooker.

Assistente e direttore artistico, suppongo.

Sì, assistente e direttore artistico anche di tutto Vidal Sassoon dopo, per vent’anni.

Quando lavoravo con lui, sono andato anche in un altro negozio, che si chiamava 44 Sloane Street di Vidal Sassoon. Dopo due anni, quel negozio è diventato il più famoso di tutta l’Inghilterra, stava vicino a King’s Road. E’ incredibile che io sia un testimone di come quel negozio sia diventato così importante.

Come mai è diventato così importante?

Perché loro facevano moda, e stile. La gente usciva con uno stile che gli altri non avevano. Si riconosceva.

Era il momento in cui era in voga lo scalato. Sto parlando degli anni a cavallo tra il 1966 e il 1967. Noi eravamo stati i primi al mondo a scalare i capelli. Dopo cinque, sei anni in Italia hanno preso lo scalato e hanno portato gli italiani a portare lo scalato. Per tutti gli anni Settanta se andavi a vedere uno show, un seminario, tutti avevano il taglio scalato.

Perché il taglio scalato era la moda che Paul Mitchell aveva portato in America.

Anche tu hai inventato un taglio?

Non io, ma il direttore artistico del mio salone. Io ho lavorato con Christopher Brooker, che ha inventato il taglio Isadora.

Io lo ho insegnato per primo anche in Italia.

E dire che Christopher Brooker l’aveva fatto per scherzo: aveva messo una parrucca al contrario, corta davanti e lunga dietro… è diventato Isadora!

In Italia ha avuto un grande successo… Ed è stato fatto per scherzo.


In quanti Paesi hai insegnato?

Molti. Ho insegnato a gente che poi ha insegnato a tutto il mondo.

Io ho insegnato ai pionieri che poi sono diventati famosi.

Come ci si veste in salone, secondo te?

Il primo negozio a Londra in cui ho lavorato era molto stilizzato.

Noi dovevamo essere vestiti in nero, tutti; i pantaloni dovevano essere stirati, le scarpe dovevano essere lucidate.

Se non eri così,  perdevi la giornata e perdevi i soldi, nonché un punto di meno fino ad arrivare a mandarti via, un giorno.

Ti controllavano perfino le le unghie, per vedere se fossero pulite.

Non guardavano dietro le orecchie, ma poco ci mancava.

Una di queste persone era un “fricchettone”. Lui ha lasciato Vidal Sassoon e ha aperto il primo Unisex Salon a Londra.

Loro vestivano in jeans, tutto il personale: non c’era uno di loro che avesse le gambe corte, perché il jeans con la gamba corta non sta bene.

Loro erano tutti alti, invece.
Avevano tutti i capelli lunghi e i jeans. Ma sto parlando del 1968.

Oggi non siamo nel 1968. Oggi tutto il mondo porta i jeans; a quel tempo non li portava nessuno.

All’epoca, quando tu entravi là, era un segno particolare.

Ho abitato in Giappone dal 1978 al 1980, anno in cui sono ritornato. In Giappone il nero è molto usato perché loro conoscono il minimalismo, l’hanno inventato loro.

Loro avevano uno stile che oggi non è stile, oggi quella è moda, anzi, “rubbish moda”.

Dopo qualche anno, nel 1986, Toni & Guy facevano vestire tutti in nero.

Nero oggi non è moda, non è stile.

Io vesto in nero, tu vesti nero, ma non è stile: stiamo usando cose del passato.

Una cosa molto interessante: sono stato a Taiwan, a lavorare, in un negozio favoloso: Il personale cambiava i vestiti ogni giorno: tutti uguali, ma ogni giorno con un tema diverso.
Per esempio, un giorno, il martedì, vestivano alla marinara; il mercoledì vestivano come al tempo della belle époque. Questo è stile!

Secondo te, a prescindere da come è fatta, una divisa ci deve essere, perché anche la divisa può esprimere stile?

Assolutamente. Quando parliamo di divisa, non dobbiamo pensare che sia una cosa banale.

Divisa, ma in modo artistico: tutti uguali, ma ogni giorno in modo diverso.
E sopratutto basta con il nero, dopo cinquant’anni ha stancato!

Allo stesso tempo è molto difficile dire questo ai parrucchieri.

Alcuni si mettono le ciabatte o le mollette nei capelli…

Si, ma stiamo arrivando alla sciatteria! Sì, è proprio sciatteria. Mi sciocca che la gente vada a lavorare come nemmeno a casa si veste!
Parrucchieri che non hanno stile, ma hanno moda: è ridicolo.

Con la ricrescita…

Se lo fanno perché piace così, ok, ma se lo fanno perché non hanno tempo, dovrebbero far la tinta prima di andare a dormire.

Non è che non hanno tempo, non vogliono. 

Lazy!

Per me il parrucchiere deve essere il primo esempio di stile.

Per me il salone deve essere come un teatro e, quando la gente entra, i parrucchieri devono essere come attori.

Bello questo paragone!

Vidal Sassoon quando ha iniziato aveva nel suo team tutti attori.

E questo faceva in modo che in tutto il negozio si alzasse l’umore: la gente rideva, un altro faceva una battuta e ridevano…

Quando lavoravo là e tornavo a casa, mi faceva male lo stomaco dalle risate che ci facevamo dalla mattina alla sera.

Quel negozio ha avuto un grande successo: la gente andava là a divertirsi.

L’ambiente è una di quelle altre cose che bisogna curare.

Le donne piangevano ogni giorno. Entravano in negozio con i capelli lunghi, volevano spuntarli e uscivano con i capelli corti.

E perché voi glieli tagliavate?

Perché era diverso. Se lo fai qua, adesso, c’è la querela. Giustamente.

Ma a quel tempo la gente non capiva: quando tu tagliavi i capelli corti e loro andavano a casa, tutti i parenti le baciavano e facevano loro  i complimenti. “Bellissima!” “Favolosa!” e ritornavano perché tu avevi cambiato la loro vita in meglio.

Ma quando entravano in bagno per guardarsi allo specchio privatamente, quando non c’era nessuno, i pianti che sentivo…

Però adesso c’è qualcuno che non ha ancora capito che non siamo più negli anni Sessanta e che se tu gli dici “spunta” non significa “taglia”.

Io parlo della maggior parte delle persone, che all’epoca aveva 22 anni.

Un ventiduenne può fare cose che un cinquantenne non potrebbe fare.

Non solo: oggi tutti leggono i giornali, leggono del sesso e sono informati.
Io ho visto gente chiedere nel 1965 se fosse possibile rimanere incinta baciando un’altra persona!
Le persone erano più ingenue. Allora quando tu facevi quel taglio, stavi facendo qualcosa di innovativo: oggi assolutamente non si deve fare più.

Parliamo di prodotti. Vidal Sassoon, vendeva i prodotti del marchio di qualcun altro?

No, mai.

Come mai?

Perché prima di tutto Vidal Sassoon è una diva.

Una diva non vende i prodotti degli altri, non esiste.

Così, lui lavorava con i prodotti di un tricologo inglese, prodotti privati.

Stiamo parlando del 1964. Nel 1968, loro stavano in America e hanno creato la loro linea di prodotti.

Ma un parrucchiere che fa prodotti non è sempre Toni Mascolo di Toni & Guy.

Lui era l’uomo più geniale del mondo: loro hanno fatto dieci prodotti che hanno avuto grande successo. Vidal Sassoon non ha avuto lo stesso successo..

Io credo che Vidal Sassoon fosse “exclusive”, come carattere.
Toni & Guy invece era “inclusive”.

Noi viviamo in un mondo di inclusività; Vidal Sassoon era esclusivo, e nonostante abbia fatto i miliardi, non ha fatto gli stessi di Toni & Guy.
Toni, che è morto pochi giorni fa, aveva quattrocento negozi.

Vidal Sassoon ha detto no a tutti quei negozi, perché voleva essere sicuro dei propri standard.

Avere più negozi significava far calare gli standard, e questo non andava bene.

Ma Toni ha messo gli standard che sono andati bene, e ha fatto tagli in cui i prodotti facevano la loro parte.

Così Vidal Sassoon ha fatto parte della vecchia scuola, mentre Toni & Guy fa parte della nuova scuola.

Esclusivo, inclusivo: noi non viviamo in un mondo esclusivo in questo momento.

Dobbiamo capire cosa vuol dire esclusivo.

Esatto. Cosa intendi per esclusivo?

Esclusivo vuol dire che solo poca gente può permetterselo.

Ci sono queste sole due scelte che uno deve fare: o così, o così.

Quando Vidal ha fatto le cose, non c’era un sistema.

Vedendo Toni & Guy, ora tutti sanno qual è la meta dove vogliono arrivare.

Al tempo di Sassoon, non c’erano parrucchieri che facevano i prodotti loro. Ce n’era solo uno, un polacco, che si chiama Antoine de Paris: lui è stato il più grande parrucchiere degli anni Trenta, ai tempi di Mussolini.

Ha inventato le meches, il bob con gradazione…

Nessuno ne parla, come mai?

C’è stata la guerra, che ne ha fatto perdere le tracce. Ma se uno va a studiare, rimane scioccato… Pensa che ha inventato anche i primi franchising e scuole di parrucchieri!

Cosa vorresti consigliare ai parrucchieri che leggeranno la tua storia?

Prima di tutto, loro devono sapere cos’è importante prima di lavorare. Ci sono molte cose da imparare e per ogni cosa bisogna trovare la persona che insegna loro a fare questa cosa.

Per esempio, se tu vuoi conoscere il colore,  non devi andare da una azienda di prodotti che ti insegnano a fare il loro colore; tu devi andare ad una scuola di pittura. Devi parlare col professore, e lui ti spiega il colore.

Se tu vai da un’azienda cosmetica, loro ti insegnano come si fanno i capelli con i loro prodotti.

Così, tu sei alla fine del processo, non all’inizio.

Se vai dal professore, che ti spiega la fisionomia, la fisica del colore e come mescolare il rosso col blu, quando vai a parlare con altri tu hai già un grande bagaglio culturale.

I parrucchieri devono ricercare ogni materia su cui stanno lavorando.

Per esempio, io parlo di taglio e di piazzamento di colore, mentre altre persone parlano di come si mette il colore nei capelli senza fare male al capello, che è un’altra cosa; altri ancora insegnano il business.

Per chi vuole imparare a padroneggiare il colore, io penso che imparare a cucinare ti aiuti ad essere colorista.

Colorare e cucinare: che strano accostamento.

Perché colorare i capelli è come cucinare.

Prepari gli ingredienti, li metti dentro nel forno, devono stare ad una temperatura giusta, con la giusta posa.

Loro sfornano, noi dobbiamo solo sciacquare.

E’ la stessa cosa, se ci pensi.

Se tagli i vestiti, è un modo per imparare a tagliare i capelli. Tagliare la stoffa è come tagliare i capelli: così imparando a fare i vestiti si può imparare a tagliare i capelli.

Se vuoi imparare a fare la messa in piega, puoi esercitarti con i ferri da maglia: lo dovrebbero fare anche i parrucchieri, per scoprire ogni volta nuovi modi per migliorare, non solo andando da una azienda che ti sta vendendo un prodotto.

Ci sono migliaia di altre persone che ti possono insegnare; solo così tu riesci ad uscire dal cubo.

Quindi quelli che ti vendono i colori non è detto che ti sappiano insegnare come portare nuovi clienti in salone?

No, quella è tutta un’altra storia.

Perché c’è qualcuno convinto che mettendo una scritta fuori dalla porta con il nome di un’azienda arrivino i clienti in automatico. Però a me non risulta.

Non posso capire come le persone possano pensare che mettendo il nome di una nota marca là fuori, allora i clienti entrano per quello.

Ma allora tu, parrucchiere, non sei nessuno?
Io dico mettilo il nome, ma metti il tuo nome sopra! Così il cliente capisce che tu stai usando quel prodotto ma perché quel prodotto l’hai scelto tu.

Io dico spesso che le aziende devono stare al posto loro, e che noi non dobbiamo stare sotto di loro.


Che dire, da Mr John Santilli non si smette mai di imparare.
Ogni singola risposta ad ognuna delle mie domande è talmente densa di contenuti, che meriterebbe un articolo a parte.
Per ora pesco soltanto una frase dal forziere:

Si parla tanto di moda, ma prima di tutto bisogna capire che tipo di persona abbiamo davanti.
Noi possiamo fare tutte le proposte moda che vogliamo ma se il cliente non è pronto a riceverle c’è poco da fare.

I clienti sono persone e in quanto tali hanno esigenze del tutto particolari.

Capire chi hai davanti è fondamentale per acquisire la sua fiducia.

Capire chi hai davanti fa la differenza tra un cliente pienamente soddisfatto e un cliente che lascia il tuo salone e si rivolge ai tuoi concorrenti.

Capire chi hai davanti significa sapere esattamente cosa proporre, quando proporlo e come farlo.

Puoi avere il programma di marketing perfetto, ma se davanti al cliente i tuoi collaboratori non riescono a gestire questo aspetto, i tuoi investimenti vanno in fumo.

Dopotutto i clienti incompresi scappano, sempre.

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7 commenti su “Esclusivo: John Santilli racconta i parrucchieri che hanno fatto la storia”

  1. Sonia Cavallo

    Da quando ho conosciuto John Santilli mi sono chiesta ; ma come tagliavo i capelli prima ? Mi ha cambiato totalmente la visione del mestiere ,ho fatto uscire fuori il mio stile ,ho provato ancora più gusto a fare il mio mestiere….gli ho chiesto di tagliarmi i capelli per portarli ricci naturali e mi fece il basco…. da allora le clienti mi hanno preso come ispiratrice dei loro look … Grazie a lui riesco a valorizzare me stessa e le clienti facendo uscire la loro personalità…. E per questo lo ringrazio perché riesco a fare una ricerca moda per migliorare il mio lavoro divertendomi…

  2. Giovanni coralloni

    Bellissima storia mi sarebbe piaciuto che jhon avesse citato franco scarpa nel suo racconto altro grande pioniere di quel periodo

  3. Lo conosco personalmente.un grande maestro di arte e cultura.molto umile.con lui ho trascorso momenti indimenticabili.ancora oggi seguo le sue teorie e ne trovo profitto nel mio lavoro.un veri artista e professore di vita.grazie Johnny per averti conosciuto.un abbraccio.tichiamo appena posso

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